Nome comune: Griffonia Simplicifolia
Impiego: i semi della pianta contengono un'elevata quantità di 5-idrossitriptofano (5-HTP) precursore della serotonina. Quest'ultima a livello cerebrale modula importanti processi; per esempio una sua diminuzione può causare depressione, insonnia e disordini alimentari (obesità, bulimia...). Il principale impiego della pianta è
la depressione: alcuni studi hanno evidenziato un'attività maggiore associata a scarsi effetti collaterali rispetto ad altri antidepressivi come fluoxetina, paroxetina, venlafaxina. Il 5-idrossitriptofano è anche utile contro l'obesità e il diabete: l'impiego della griffonia in questo caso nasce dall'osservazione che i soggetti obesi
sottoposti ad un regime dietetico ipocalorico erano soggetti a drastiche riduzioni dei livelli plasmatici di triptofano e serotonina.
La griffonia trova inoltre applicazione nel trattamento dell'insonnia e contro l'emicrania.
Posologia:
Trattamento della depressione: come dosaggio iniziale sono indicati 160mg/die di estratto secco titolato in 5-HTP al 95%, se non ci
fosse un'adeguata risposta dopo due settimane si possono raddoppiare i dosaggi.
Per l'insonnia il dosaggio è 100-300mg di E.S. titolato in 5-HTP al 95% prima di andare a dormire.
Contro l'obesità il dosaggio è 950mg/die di E.S. titolato in 5-HTP al 95%.
Effetti collaterali:
durante i primi giorni di trattamento può insorgere un senso di nausea che svanisce nei giorni successivi.
Nel 1985 l'FDA ha evidenziato una correlazione tra sindrome da eosinofilia-mialgia ed assunzioni di L-triptofano; attraverso ulteriori ricerche l'FDA ha stabilito che indipendentemente da eventuali impurezze presenti nel prodotto, ritenute responsabili per un certo periodo, sia L-triptofano che 5-idrossitriptofano sono da considerarsi coinvolte nell'insorgenza della malattia anche se non sono la causa primaria.
Gravidanza ed allattamento: non disponiamo di bibliografia in merito.
Interazioni: la
griffonia assunta in combinazioni con altri farmaci antidepressivi che agiscono mudulando la serotonina (fluoxetina, sertralina, paroxetina, fluvoxamina) può generare una sindrome serotoninergica.
Fonti bibliografiche: