Gli operatori sanitari sono esposti al rischio di infettarsi
con l'HIV durante una manovra su un paziente sieropositivo. C' è comunque
una finestra di tempo per attuare una profilassi con antivirali per ridurre il
rischio in caso di esposizione accidentale. In una recente ricerca è emerso che
tra i casi di infezione da HIV occupazionale documentata, gli infermieri
rappresentano il 53%, seguiti dai laboratoristi (21%), dai medici (9%) e dagli
ausiliari (5%). Nell'insieme, le prassi che espongono gli operatori ad un
rischio maggiore sono il prelievo di sangue e l'esecuzione di manovre invasive.
La maggior parte degli incidenti si è verificata in corsia (58%)ed in sala
operatoria (13%). Nel caso degli ausiliari si tratta prevalentemente di
esposizioni accidentali occorse durante la manipolazione dei sacchi dei rifiuti
o degli stracci utilizzati per la pulizia degli ambienti; nel caso di medici ed
infermieri esposizioni si sono verificate principalmente durante l'assistenza al
malato.
Un'appropriata gestione degli incidenti occupazionali costituisce un elemento
importante della sicurezza sul luogo di lavoro. In particolare, nella questione
dell'esposizione professionale ad HIV negli operatori sanitari entrano in gioco
aspetti clinici, emotivi, legali e sociali che fanno del counselling
post-esposizione un intervento particolarmente delicato per il quale è
necessaria una specifica professionalità. E' peraltro importante che per
l’infezione causata dal virus dell’immunodeficienza umana (HIV) non vi è
possibilità di guarigione; tuttavia, alcuni farmaci sono in grado di rallentare
o bloccare la progressione della malattia. I farmaci per l’infezione da HIV sono
tossici, ma aumentano l’aspettativa di vita. Il trattamento dovrebbe essere
iniziato solo sotto il controllo di esperti nell’utilizzo di tali farmaci. La
terapia antiretrovirale ha lo scopo di ridurre il più possibile e per il più
lungo tempo possibile la carica virale plasmatica; dovrebbe essere iniziata
prima che si instauri un danno irreversibile del sistema immunitario. La
necessità di un trattamento farmacologico precoce dovrebbe, comunque, essere
valutata alla luce della comparsa possibile di fenomeni tossici iatrogeni. Sono
indispensabili l’impegno a seguire il trattamento e una stretta aderenza per
molti anni; lo schema terapeutico scelto deve tener conto della convenienza
economica e della tollerabilità da parte del paziente. Lo sviluppo di resistenze
alla terapia è ridotto dall’utilizzo di combinazioni di farmaci; queste
associazioni dovrebbero avere attività sinergica o additiva, mentre gli effetti
tossici non si dovrebbero sommare. Dopo un'esposizione accidentale a materiale
contaminato con l’HIV può essere opportuno praticare un trattamento con farmaci
antiretrovirali. In tale circostanza dovrebbe essere richiesto subito
l’intervento di un esperto. Sono disponibili linee guida nazionali sulla
profilassi post esposizione nei lavoratori dell’area sanitaria; sono inoltre
disponibili anche linee guida locali.
Fattori
che aumentano il rischio di infezione occupazionale:
L’associazione di due elementi determina le ragioni della post esposizione al
virus e ne indirizza lo svolgimento. I due elementi sono l’esposizione ad alto
rischio e la fonte ad alto rischio.
- Esposizione ad alto rischio
-
Ferita profonda (spontaneamente sanguinante)
-
Puntura con ago cavo utilizzato per prelievo
-
Presenza di sangue in quantità visibile sulla superficie del presidio
implicato nell’incidente
-
Contaminazione congiuntivale massiva
-
Qualsiasi esposizione ad HIV concentrato (laboratorio di ricerca)
- Fonte ad alto rischio
-
Paziente in fase terminale per HIV
-
Paziente con infezione acuta per HIV
-
Paziente con valori ematici superiori a 30000/ml copie di HIV RNA
-
Paziente con sospetta resistenza alla zidovudina o ad altro antiretrovirale
In primo luogo, in caso di puntura o taglio aumentare il
sanguinamento della ferita e detergere con acqua e sapone, quindi procedere alla
disinfezione accurata della ferita con clorossidante elettrolitico (tipo
Amuchina al 5%), o con prodotto a base di PVPJ ( tipo Paniodine, Betadine) In
caso di contatto con il cavo orale procedere a risciacqui con clorossidante
elettrolitico (tipo Amuchina 5%), oppure con Acqua Ossigenata 10 vol. In caso di
contatto con le congiuntive procedere ad abbondante risciacquo delle mucose con
acqua o soluzione fisiologica.
I farmaci antiretrovirali per la profilassi sono scelti sulla base
dell'efficacia e della potenziale tossicità. La potenziale efficacia nel ridurre
il rischio di infezione sembra dipendere in maniera significativa dal tempo
intercorso tra l’incidente e l’inizio della profilassi. Preferibilmente si deve
perciò dare inizio alla profilassi:
La zidovudina (Retrovir), inibitore nucleosidico della
transcrittasi inversa, è stato il primo farmaco contro l’HIV; nella prevenzione
dell’AIDS è stata usata da sola a dosi alte ma oggi si preferisce
somministrarla a dosaggi standard insieme ad altri farmaci. Altri inibitori
nucleosidici della transcrittasi inversa oggi disponibili sono: abacavir (Kivexa),
didanosina (Videx), emtricitabina (Emtriva), lamivudina (Epivir), stavudina (Zerit),
tenofovir (Viread).
Atazanavir (Reyataz), indinavir (Crixivan), lopinavir (Keletra), nelfinavir (Viracept),
ritonavir (Norvir) e saquinavir (Invirase) sono inibitori delle proteasi. Il
ritonavir a basse dosi (in genere 100 mg 2 volte al giorno) aumenta l’efficacia
di indinavir, lopinavir e saquinavir incrementando l’emivita e la
concentrazione plasmatica di questi farmaci pur non avendo, a queste dosi,
un’attività antiretrovirale intrinseca. Di recente è stata introdotta in
commercio un’associazione di lopinavir con un basso dosaggio di ritonavir. Gli
inibitori delle proteasi sono metabolizzati dal citocromo P450 e sono
potenzialmente in grado di dare interazioni farmacologiche significative.
Anche gli inibitori non nucleosidici della transcrittasi inversa, efavirenz e
nevirapina, possono interferire con il metabolismo epatico di altri farmaci. La
nevirapina è associata di frequente alla comparsa di rash cutaneo (compresa la
sindrome di Stevens-Johnson) e talvolta a epatite fatale. Un rash cutaneo può
comparire anche in corso di terapia con efavirenz, ma in genere è più modesto.
Il trattamento con efavirenz è stato associato anche ad aumento del colesterolo
plasmatico.
L’enfuvirtide inibisce l’ingresso dell’HIV nella cellula ospite ed è registrato
anche in Italia per il controllo dell’infezione nei pazienti che non hanno
risposto al trattamento con altri farmaci antiretrovirali; l’enfuvirtide va
associato ad altri farmaci antiretrovirali potenzialmente attivi.
Le autorità regolatorie europee e l'AIFA non raccomandano l'uso combinato di
didanosina e tonofovir, in particolare nei pazienti con alta carica virale e
bassa conta di cellule CD4. Se si giudica strettamente necessario utilizzare
questa combinazione, i pazienti devono essere accuratamente controllati per
valutare l'efficacia della terapia e la comparsa di eventi avversi causati dalla
didanosina.
Concludendo embra che dopo l'esposizione di un operatore sanitario all'HIV occorre iniziare prontamente una profilassi antivirale della durata di almeno quattro settimane. Partendo dalla considerazione che la multiterapia si è dimostrata più efficace della terapia con singolo farmaco nell'AIDS, anche per la profilassi post esposizionale si consiglia si ricorrere a schemi con più antivirali.
Data di pubblicazione: 21/07/2007
Bibliografia:
-
AIFA Guida all'uso dei farmaci - Virus dell'immunodeficienza
umana
-
Lettera clinica Vol.1 N.6 Giugno 2007 "AIDS La profilassi va
fatta in caso di esposizione"
-
Univ. La Sapienza Facoltà di Medicina e Chirurgia "Infezione
professionale da HIV negli operatori sanitari: stima del rischio e gestione
post-esposizione" L. Pacifici
-
Azienda ASl RM "Procedure da adottare in caso di infortunio a
rischio Biologico" Servizio Prevenzione e Protezione Aprile 2007